di Carlo CAVALLO
Avvocato in Torino


Articolo comparso sulla rivista BancaFinanza (febbraio 2014)150123-banca_finanza

 

Banca Italease ha nuovamente richiamato l’attenzione dell’Autorità Giudiziaria.

Questo filone di inchiesta e’ il terzo aperto dalla Procura di Milano sull’istituto, schiacciato in passato dallo scandalo dei derivati.

Il primo filone ha portato a una condanna a sette anni di reclusione per l’ex ad Massimo Faenza, accusato, insieme ad altri dirigenti e ad alcuni intermediari, di associazione a delinquere finalizzata all’appropriazione indebita. Nel secondo filone, invece, Faenza ha patteggiato 4 anni di reclusione per le accuse di truffa, falso in bilancio, aggiotaggio e ostacolo all’autorita’ di vigilanza in relazione al crac derivati del gruppo bancario.

Nel terzo filone con l’accusa di false comunicazioni sociali la Procura di Milano ha rinviato a giudizio Massimo Mazzega, ex amministratore delegato di Banca Italease, Lino Benassi, ex presidente dell’istituto di leasing, e altre tre persone, tutte componenti del comitato esecutivo. La contestazione si riferisce alla semestrale al 30 giugno 2008, approvata nell’agosto di quell’anno.

La Procura del capoluogo lombardo ha esercitato l’azione penale anche nei confronti di Banca Italease, indagata in base alla legge 231 sulla responsabilita’ degli enti. E’sconcertante constatare come la precedente esperienza negativa, vissuta in occasione della vicenda dei derivati, che avevano condotto all’affermazione di responsabilità della Banca per carenza di un modello organizzativo idoneo a prevenire la verificazione di reati, non abbia determinato i vertici della Banca ad attrezzarsi convenientemente contro il pericolo di commissione di nuovi reati.

Secondo il capo di imputazione nei confronti dei cinque rinviati a giudizio dal Gup Andrea Ghinetti, questi hanno esposto “nel bilancio semestrale consolidato al 30 giugno 2008 fatti materiali non rispondenti al vero ancorche’ oggetto di valutazione, ovvero omettendo informazioni la cui comunicazione e’ imposta dalla legge sulla situazione economica, patrimoniale o finanziaria della societa‘”.

Facendo questo, hanno indotto “in errore i destinatari sulla predetta situazione” e di conseguenza “cagionavano un danno patrimoniale alla societa’, ai soci e ai creditori“.

In particolare, si spiega nel capo di imputazione, che gli imputati “omettevano di rappresentare i fattori di rischio riconducibili alla valutazione dei crediti, caratterizzati in quell’epoca dai rapporti di precario equilibrio della Banca con i grandi prenditori nel comparto del leasing, interessati dalla incalzante riduzione di valore degli immobili dati in garanzia, dalla forte leva finanziaria consentita a detti clienti e dal forte aumento delle inadempienze su posizioni considerate in bonis”, ricordando che il comitato rischi della banca “aveva rappresentato che gli inadempimenti al 31 dicembre 2007 erano pari a 1,3 miliardi di euro, saliti a 3,3 miliardi fino al mese di maggio, con un incremento nel solo mese di aprile pari a 493 milioni, per attestarsi a 3 miliardi nel mese di giugno“. Inoltre, continua il capo di imputazione, Mazzega, Benassi e gli altri tre membri del comitato esecutivo “non operavano una valutazione del rischio di credito secondo il presumibile valore di realizzo conseguente al suo deterioramento“, facendo “rettifiche inadeguate“. Nel dettaglio, nel conto economico della Banca nella parte relativa alle “rettifiche/riprese di valore nette per deterioramento crediti” e’ stata indicata una cifra di 50,97 milioni di euro, quando una stima “prudenziale” fatta dai consulenti della procura ha stimato in oltre 178 milioni di euro la necessita’ di rettifiche per i crediti deteriorati relativi a soli 13 grandi clienti (pari al 30% del totale dei crediti giudicati poi deteriorati al 31 dicembre 2008). Cosi’, gli imputati “alteravano in modo sensibile la rappresentazione economica, patrimoniale e finanziaria della societa’, in quanto la falsa valutazione” dei rischi “determinava una variazione del risultato economico d’esercizio al lordo delle imposte superiore del 5% e del patrimonio netto superiore”.

Perché tutto ciò? Per mascherare gravi situazioni di rischio in cui versavano alcuni importanti clienti della Banca, nel tentativo di recuperare da questi stessi clienti le somme erogate a titolo di finanziamento.

Il processo è alle battute conclusive.

Nel dicembre scorso il Pubblico Ministero di Milano Roberto Pellicano ha chiesto di condannare gli ex vertici di Banca Italease a una pena di un anno di reclusione, per l’accusa di false comunicazioni sociali, in relazione alla già citata prima semestrale 2008 dell’istituto: per il rappresentante dell’accusa, la semestrale approvata il 28 agosto 2008 con i conti al 30 giugno dello stesso anno è “un bilancio falso che non esponeva le reali condizioni della società a quella data“.

La procura ha chiesto anche la confisca di 127 milioni di euro nei confronti di Banca Italease (oggi controllata dal Banco Popolare), al termine della requisitoria del processo per false comunicazioni sociali, in relazione sempre alla prima semestrale 2008, che vede l’istituto di leasing imputato in virtù della legge 231/2001 sulla responsabilità amministrativa degli enti.

Con riguardo alla pena irrogata per la violazione delle fattispecie riferibili alla 231/2001, e quindi per le quali un soggetto osservante delle leggi dovrebbe ritenere necessario adottare un modello, la conclamata assenza del medesimo induce certamente l’Autorità Giudiziaria a considerare tale comportamento e assai pericoloso e sintomatico di una assoluta indifferenza verso le esigenze di correttezza e di rispetto del mercato, ossia di una personalità dell’autore alla quale debba quindi infliggersi un trattamento sanzionatorio più gravoso.  

 

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