Responsabilità penale dei soggetti coinvolti nel cantiere – Atti del Convegno

Materiali di studio del Convegno

IL CANTIERE: aspetti tecnici e responsabilità penali
dei soggetti coinvolti nella sua gestione

(Torino, Palazzo di Giustizia, Aula 3 – 27 giugno 2018)

Relazione dal titolo: Violazioni e sanzioni agli obblighi di impiego dei prodotti da costruzione (artt. 19, 20, 21, 22, D.Lgs. N. 106/2017)

Relatore Avv. Carlo Cavallo 

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Esclusa la truffa contrattuale della banca nel caso dei derivati alla Regione Sicilia

di Dott. Matteo Ferrione150123-banca_finanza

Articolo comparso sulla rivista BancaFinanza, rubricaSentenze Recenti (giugno 2017).

 

Si chiude momentaneamente con un’archiviazione la vicenda (almeno sul versante della rilevanza penale) dei contratti di investimento su prodotti finanziari “derivati” sottoscritti dalla Regione Sicilia e negoziati – nel corso degli anni – tra i vertici dell’amministrazione e la banca d’affari Nomura al fine di assicurare all’ente pubblico un flusso di cassa per coprire una porzione di debito nell’ambito della sanità regionale. L’ipotesi investigativa iniziale (da cui era scaturito un maxi-sequestro nel luglio 2014) era quella di truffa contrattuale (art. 640 c.p.): secondo la ricostruzione accusatoria, infatti, nel periodo compreso fra il 2000 e il 2006, le Azienda Sanitarie Locali della regione ed alcuni ospedali avevano ceduto crediti per 630 milioni vantati nei confronti della Regione Siciliana alla Crediti Sanitari Regione Sicilia, società veicolo appositamente costituita ed emanazione dell’istituto bancario giapponese, con sede a Londra. Nomura diventava così, a seguito della “cartolarizzazione” dei crediti verso l’ente pubblico, creditrice della Regione, la quale, secondo gli investigatori, si sarebbe impegnata a pagare alla società cessionaria un tasso di interesse molto più oneroso rispetto alle condizioni di mercato. Quindi, sarebbe intervenuta la sottoscrizione di tre contratti derivati denominati swap tra la Regione Sicilia e Nomura – con condizioni nettamente sfavorevoli per la Regione -, così delineandosi un quadro in cui l’istituto finanziario giapponese avrebbe operato contemporaneamente col ruolo di consulente e di controparte contrattuale. Nel mirino degli inquirenti, con quest’accusa, erano finiti tanto i vertici dell’istituto finanziario quanto alcuni funzionari dell’ente pubblico, tra i quali l’ex governatore (allora in carica) Salvatore Cuffaro.

La questione giuridica della configurabilità della truffa nell’ambito della contrattazione in strumenti finanziari derivati tra enti locali e istituti di credito ha costituito un argomento centrale nel dibattito giurisprudenziale (di merito e di legittimità), specie negli ultimi anni, da quando si sono fatti più frequenti i casi di contratti derivati non standardizzati (c.d. over the counter) utilizzati dagli enti medesimi per far fronte ad ammanchi finanziari, ma spesso all’origine dei principali dissesti delle casse pubbliche. Da un lato, per alcuni interpreti, la truffa contrattuale trova la sua manifestazione “fisiologica” proprio in questo genere di vicende, in conseguenza dell’omissione di informazione imputabile alla parte privata, ovvero la banca contraente (in tal senso si era espresso anche il Tribunale di Milano nel 2012, su un’analoga vicenda); per converso sono state diverse, anche in dottrina, le critiche sollevate nel senso di escludere, in casi analoghi, l’esistenza di un raggiro fraudolento, essendo i contratti derivati, per loro stessa natura, strumenti altamente sofisticati ed aleatori, cioè caratterizzati da fattori estranei al dominio ed alla conoscenza delle parti (si pensi all’oscillazione dei tassi di interesse), come tali difficilmente manipolabili in senso fraudolento da uno dei contraenti.

Il provvedimento di archiviazione emesso dal GIP di Palermo, che conclude (per il momento) la vicenda siciliana, aderisce a quest’ultima prospettazione. Rispetto ai tre contratti swap, infatti, si è affermato che non basta, ad integrare il reato di truffa, il fatto che, ex post, essi abbiano avuto effetti deleteri per una parte; è invece necessaria una valutazione ex ante delle condizioni contrattuali prospettate, che potrebbe portare a ritenere integrata la truffa solo quando dette condizioni siano tali da porre in gravissimo rischio la controparte, alla luce elle aspettative del mercato e siano state anche falsamente rappresentate all’investitore (in termini cfr. già Cass. Pen. n. 43347/2009 e n. 37859/2010).

Omicidio colposo da esposizione professionale ad amianto: un’altra assoluzione dal Tribunale di Milano

Nota a Trib. Milano, Sez. IX, Sent. 15 giugno 2017, Giud. Luerti, imp. B. e altri

Il Tribunale di Milano, con una pronuncia degna di nota per la completezza e il rigore metodologico della motivazione adottata, torna ad occuparsi del tema delle morti da esposizione professionale ad amianto e lo fa ponendo termine all’ennesimo maxi-processo, instaurato a seguito dei ripetuti decessi per mesotelioma pleurico e carcinoma polmonare che hanno interessato ex operai degli stabilimenti Ansaldo Breda Termomeccanica di Viale Sarca tra gli anni 1973 e 1985, che ha visto imputati ben dieci tra amministratori e direttori generali succedutisi, a vario titolo ai vertici dell’azienda.

L’esito assolutorio cui perviene il Giudicante – all’esito di un articolato iter motivazionale che si distingue per la scrupolosità con cui ripercorre i molteplici contributi scientifici introdotti nel processo dalle diverse parti e per la chiarezza delle argomentazioni – poggia essenzialmente sulla ritenuta assenza di prova, secondo gli standard processuali imposti dalla legge, in ordine al nesso causale che deve necessariamente intercorrere tra le esposizioni a fibre di asbesto (pacificamente accertate negli ambienti di lavoro) nei periodi di attività lavorativa alle dipendenze degli imputati e le patologie tumorali all’origine dei decessi, imputati dalla pubblica accusa a titolo di omicidio colposo mediante omissione (art. 40 co. 2 e 41 c.p.).

Al centro delle argomentazioni del Giudice milanese, in particolare, decisiva risulta la confutazione delle tesi del Pubblico Ministero a proposito del ritenuto “effetto acceleratore” che – secondo le progettazioni accusatorie – avrebbe inestricabilmente legato le esposizioni protratte alle fibre di amianto con l’anticipata insorgenza della malattia. Tesi che si assume errata – in Sentenza – per l’impropria sovrapposizione tra il piano epidemiologico e quello della causalità individuale (e dei processi biologici che la regolano). Afferma, in chiave critica, il Tribunale: “L’accusa resta in ultima analisi ancorata a dati epidemiologici che per loro natura attingono a metodi e rispondono a scopi non direttamente applicabili alla realtà fenomenica che interessa l’accertamento penale. La responsabilità penale personale di un determinato evento non si dimostra, infatti, con l’individuazione della percentuale di occorrenza in un gruppo di ‘altri’ casi”. 

In ultima analisi, osserva il Giudice, il giudizio contro-fattuale richiesto per il vaglio dell’imputazione non conduce ad esiti soddisfacenti né, pertanto, può fondare una pronuncia di condanna degli imputati: non è infatti possibile  affermare, con la necessaria certezza, che eliminando mentalmente l’esposizione all’amianto patita da ciascuna delle vittime all’interno di Breda Termomeccanica/Ansaldo, attribuibile al periodo di carica e quindi alla responsabilità di ciascun singolo amministratore/imputato, ogni singola persona offesa non sarebbe deceduta ugualmente, secondo le modalità in concreto riscontrate.

Oltre a riportare il testo della pronuncia del Tribunale di Milano (divisa in tre parti, per esigenze redazionali legate alle capacità tecniche del sito internet), si riporta di seguito anche il link all’articolo comparso sulla rivista Diritto Penale Contemporaneo a proposito della medesima vicenda (contributo del 20.10.2017, a cura di L. Santamaria e A.H. Bell).

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Bis in idem tra truffa e bancarotta ed altre questioni rilevanti nella vicenda “quote latte” (nota di commento a GUP Cuneo 28.4.2017)

Si chiude con la pronuncia in commento (GUP Cuneo, 28.4.2017) anche l’ultimo capitolo dell’annosa e decennale vicenda giudiziaria incentrata sulla repressione dei meccanismi fraudolenti ideati, tra la fine degli anni ’90 ed i primi anni 2000, per arginare illegalmente il sistema comunitario delle c.d. “quote latte” e delle correlate sanzioni imposte a carico degli allevatori per le quantità prodotte in eccedenza.

La Sentenza del Tribunale di Cuneo – chiamato a pronunciarsi sulla contestazione di svariati reati di bancarotta, semplice e fraudolenta (per il tramite, fra l’altro, della commissione dei reati societari di cui agli arti. 2621 e 2622 c.c.), in capo ai medesimi soggetti in passato già condannati, in relazione ai medesimi fatti, per truffa aggravata – affronta la questione prendendo le mosse da un sintetico, ma efficace, excursus del quadro normativo di riferimento e delle numerose vicende processuali susseguitesi, in Piemonte e altrove, nel corso degli anni.

Due i passaggi più significativi della decisione in commento.

In primo luogo il giudicante si sofferma sull’accertamento del bis in idem tra le contestazioni mosse ai soci, amministratori e sindaci delle Cooperative latte nel presente procedimento ed i fatti già giudicati con Sentenza passata in giudicato per il reato di truffa aggravata, riconoscendo che si tratta, invero, dei medesimi fatti, ai fini dell’applicazione del divieto di secondo giudizio (art. 649 c.p.p.), anche alla luce della lettura che di tale principio generale è stata data dalla giurisprudenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo e, di recente, da quella della Corte Costituzionale.

Un secondo aspetto di primario interesse concerne, per contro, la posizione del revisore legale delle Cooperative, imputato per il reato di bancarotta fraudolenta, per aver cagionato il dissesto “non impedendo ex art. 2403 e 2406 c.c. agli amministratori di porre in essere plurime condotte illecite“. Con riferimento a tale posizione, il Giudice si trova a doversi esprimere in ordine alla responsabilità ravvisabile in capo al professionista per aver omesso – secondo la tesi d’accusa – i controlli a lui imposti dalla normativa in materia societaria. Sul punto, la Sentenza, nell’addivenire ad una pronuncia di non luogo a procedere per insussistenza del fatto contestato, si sofferma, in particolare, su tre elementi: in primo luogo – afferma il GUP – manca del tutto l’indicazione del parametro normativo su cui si innesterebbe la violazione addebitata al commercialista (non potendo valere, a tal fine, i riferimenti ai doveri di cui agli artt. 2403 e 2406 c.c., che riguardano il primo i doveri del collegio sindacale (figura sicuramente non coincidente con quella del revisore contabile) e il secondo le omissioni degli amministratoti.  In secondo luogo, si pone l’attenzione sul periodo in cui l’imputato ha assunto l’incarico di revisione contabile (dal 2004 in poi), osservando come, a quel tempo, le Coop latte in questione avessero già cessato di operare (a seguito dell’entrata in vigore della legge 119/2003). Da ultimo, pur ritenendo i due precedenti argomenti del tutto assorbenti e da soli idonei a giustificare la pronuncia di non luogo a procedere, il giudicante si sofferma sulla mancanza del prescritto elemento soggettivo (dolo) in capo all’imputato per gli illeciti contestati, rilevandosi come il predetto, per contro, non solo non avesse esposto, nelle proprie relazioni, fatti contrari al vero, ma, per di più, si fosse adoperato – per quanto possibile – per ottenere dai soci delle Cooperative stesse il riconoscimento dei crediti vantati dalla società.

Questi, in sintesi, gli argomenti toccati dal GUP nei differenti punti della motivazione:

  1. Il sistema delle “quote latte” e delle Cooperative fittizie (pag. 19)
  2. Il meccanismo fraudolento architettato dagli imputati (e già oggetto di sentenza passata in giudicato per i reati di truffa aggravata (pag. 20)
  3. Il precedente pronunciamento della Corte di Cassazione in relazione a fatti analoghi commessi altrove (pag. 21)
  4. Il giudizio sulla configurabilità del bis in idem tra i fatti di bancarotta contestati e quelli di truffa già giudicati (pag. 22)
  5. Il giudizio sulla configurabilità del bis in idem tra i fatti di bancarotta da reato societario contestati e quelli di false comunicazioni sociali già giudicati (pag. 23)
  6. Conclusioni in ordine alla configurabilità del bis in idem (pag. 24)
  7. La posizione del revisore dei conti delle Cooperative latte (non giudicato precedentemente) e il difetto di  prova dell’elemento soggettivo del reato (pag. 25)
  8. L’intervenuta prescrizione per gli illeciti di bancarotta semplice e le modalità di computo del relativo termine (pag. 27)
  9. I fatti di bancarotta distrattiva e la carenza dell’elemento soggettivo del reato in capo ai soci delle Cooperative (pag. 28).

 

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Causalità e colpa nella responsabilità degli amministratori per esposizione dei lavoratori ad amianto

I procedimenti penali concernenti le responsabilità degli imprenditori per morte e lesioni dei lavoratori riconducibili alla loro esposizione a fibre d’amianto costituiscono uno dei terreni più interessanti, dal punto di vista difensivo, per misurarsi con le tematiche della causalità e dell’elemento soggettivo nell’ambito dell’imputazione colposa (sia essa in forma attiva o omissiva). Tematiche, queste, che mai come in questi anni sono al centro di ampi dibattiti, giurisprudenziali e dottrinali, tesi a far luce, in particolare, sui metodi e sui criteri epistemologici che debbono (o dovrebbero) guidare gli operatori del diritto allorquando il processo penale è chiamato a confrontarsi con la scienza, con le sue leggi, le sue teorie ed i suoi modelli esplicativi.

Su queste tematiche verte il presente contributo, che è stato oggetto di produzione nell’ambito del procedimento penale quale nota d’udienza in ausilio alla discussione finale delle difese degli imputati e ripercorre le tappe fondamentali di una complessa vicenda giudiziaria durata oltre tre anni.

La vicenda si è risolta con pronuncia assolutoria piena, ex art. 530 co. 1 c.p.p., in relazione alle accuse mosse agli imputati, con formula “per non aver commesso il fatto”.

 

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Sommario:

PREMESSA – pag. 5
I. INSUSSISTENZA DI DATI SULLE CONCENTRAZIONI DI FIBRE DI AMIANTO EVENTUALMENTE PRESENTI NEGLI AMBIENTI DI LAVORO NELLO STABILIMENTO DI – pag. 9

II. INSUSSISTENZA DEL NESSO DI CAUSALITÀ PENALMENTE RILEVANTE TRA LE ASSERITE OMISSIONI CONTESTATE A TITOLO DI COLPA AGLI IMPUTATI E IL DECESSO DEI LAVORATORI – pag. 21

III. SULLE POSIZIONI DELLE SINGOLE PERSONE OFFESE – pag. 67

IV. INSUSSISTENZA DELL’ELEMENTO SOGGETTIVO IN CAPO AGLI IMPUTATI IN RELAZIONE AI PERIODI DI VIGENZA DELLE RISPETTIVE POSIZIONI DI GARANZIA PENALMENTE RILEVANTI – pag. 81