di Carlo CAVALLO
Avvocato in Torino


Articolo comparso sulla rivista BancaFinanza (aprile 2014)150123-banca_finanza

 

La notizia è di quelle che fanno rapidamente il giro dell’etere: tutti assolti con la formula “perché il fatto non sussite” – in altre parole: non c’è reato – nel processo d’appello concluso il 6 marzo scorso avanti la Quarta sezione della Corte d’Appello di Milano contro Ubs, Defpa, Db e Jp Morgan oltre a nove manager dipendenti dei citati istituti in merito alla vendita dei derivati al Comune di Milano.

Al termine del processo di primo grado, invece, le cose erano andate assai diversamente: tutti condannati i manager imputati e precisamente Marco Santarcangelo e Antonia Creanza a 8 mesi e 15 giorni di carcere ciascuno, Tommaso Zibordi a 7 mesi e 15 giorni, Gaetano Bassolino, figlio dell’ex governatore della Campania a 7 mesi, Carlo Arosio, William Francis Marrone, Fulvio Molvetti e Matteo Stassano a 6 mesi e 15 giorni di reclusione, Alessandro Foti a 6 mesi.

Quanto agli istituti di credito, il Giudice per l’Udienza Preliminare presso il Tribunale di Milano, Consigliere Oscar Maggi, aveva inflitto a ciascuna banca il pagamento della sanzione pecuniaria di un milione di euro ed aveva ordinato la confisca – quale indebito profitto – di 89,7 milioni di euro complessivi (16,6 milioni per Ubs, 24 milioni per Depfa, 24,3 per Db e 24,8 per Jp Morgan).

Il reato ipotizzato dall’accusa era quello di truffa aggravata.

La complessa architettura dei derivati del Comune aveva la sua origine in una maxi-emissione obbligazionaria da 1,68 miliardi di euro, la più alta nella storia dei “buoni” comunali, lanciata nel 2005 per ristrutturare il proprio debito con banche e Cassa depositi e prestiti e trovare un po’ di liquidità in uno dei tanti momenti difficili per le casse.

A copertura di questo nuovo debito erano state siglate dal Comune di Milano operazioni in derivati con le banche in questione; questi contratti nel tempo erano andati poi incontro a una girandola di interventi di  ristrutturazione (ben cinque, di cui tre con la giunta Albertini ed altri due con quella Moratti) prima di finire sotto le lenti della Procura.

Nell’operazione, secondo la radiografia effettuata dall’accusa, c’era uno squilibrio “genetico” da 56 milioni di euro, figlio dei parametri che guidavano lo scambio fra Comune e Banche e aggravato progressivamente nelle ristrutturazioni successive, fino ad arrivare a circa 100 milioni «persi per sempre» secondo la Procura. L’accusa di truffa partiva da qui, cioè da un insieme di «costi impliciti» assenti nei contratti ma concreti nella realtà, e per questa ragione illegittimi.

Gli istituti bancari, dal canto loro, avevano sempre respinto il concetto di «costi impliciti», negando la possibilità stessa di un derivato a «valore zero» iniziale per il fatto che le operazioni finanziarie vanno pagate. Una perizia, ordinata dal giudice nel corso del processo (protrattosi per circa due anni e mezzo), aveva stabilito che le banche avevano male informato l’amministrazione comunale (la quale, comunque, aveva avuto fretta eccessiva nel concludere l’operazione).  Questo il nocciolo della condanna per truffa.

La sentenza di primo grado non ha retto alla valutazione dei Giudici d’Appello ed è stata completamente sovvertita.

E, paradossalmente, tutti possono dirsi soddisfatti: gli istituti di credito escono “riabilitati” a livello d’immagine dalla vicenda e il Comune di Milano tira un sospiro di sollievo per avere intascato due anni fa per questa vicenda 455 milioni di euro, somma offerta dalle Banche per dissuadere il Comune stesso dal coltivare la costituzione di parte civile.

Elemento fondamentale per l’assoluzione in appello, giova ribadirlo, è stata l’accertata, regolare adozione – da parte degli istituti bancari – di un modello organizzativo idoneo a prevenire la commissione di determinati reati, scelta strategica che, pur non essendo obbligatoria, diviene sempre più importante visto il progressivo ampliarsi dell’ambito applicativo del D. Lgs. 231/01 sulla responsabilità amministrativa delle persone giuridiche. Il rischio si trovarsi coinvolti in complicate vicende giudiziarie costituisce, più passa il tempo, un elemento che dovrebbe incrementare l’attenzione di ogni ente verso l’adozione di un appropriato modello organizzativo.

Tornando alla vicenda dei derivati negoziati dal capoluogo lombardo, le motivazioni della sentenza della Corte d’Appello saranno depositate tra novanta giorni, consentendo solo allora una migliore e più approfondita riflessione sulle ragioni dell’assoluzione.

L’eventuale ricorso in Cassazione da parte della Procura non sembra destinato a provocare terremoti per i nove funzionari: la prescrizione aveva già cominciato ad erodere le condanne decise nel 2012 (il 4 febbraio scorso il procuratore generale Piero De Petris aveva chiesto un’assoluzione, quattro proscioglimenti per intervenuta prescrizione e quattro condanne alleggerite rispetto al primo grado) ed inoltre va osservato che  oggi  non ci sono più i tempi per arrivare al traguardo. Nei fatti, quindi, escono definitivamente dai riflettori Tommaso Zibordi e Carlo Arosio (Deutsche Bank), Gaetano Bassolino, Matteo Stassano e Alessandro Foti (Ubs; per quest’ultimo del resto anche il Pg De Petris aveva chiesto l’assoluzione, per «incertezza del quadro probatorio»), Antonia Creanza, Fulvio Molvetti (JP Morgan), Marco Santarcangelo e William Marrone (Depfa).

Per adesso, salvo eventuali differenti sentenze, restano anche “cancellate” le condanne delle Banche per violazione del D. Lgs. 231/2001: una “differenza” di oltre 90 milioni di euro, pari alla condanna ed alla confisca inflitta con la sentenza di primo grado.

 

 

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